LA DEMOLIZIONE DI UN’IDENTITÀ

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Foto: Tullio Togni

Majdal Bani Fali e’ un villaggio palestinese situato a Sud della citta’ di Nablus. Conta 3000 abianti e 27 km2 di terra: di questi, tuttavia, solo il 25% e’ ancora a disposizione della popolazione palestinese, mentre il resto e’ stato confiscato dalle autorita’ occupanti e trasformato in promessa per l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, illegali secondo la Legge Umanitaria Internazionale, Quarta Convenzione di Ginevra. Vicino a Majdal Bani Fali, nel mezzo fra i due avamposti militari israeliani Kida ed Esh Kodesh, si erge infatti la colonia chiamata Migdalim. Del 25% della terra a disposizione, soltanto un chilometro quadrato di terreno e’ superficie edificabile, cosi’ che la popolazione e’ obbligata a concentrarsi in un’area estremamente limitata del terreno di cui potrebbe invece usufruire in una normale situazione di autodeterminazione.

Oltre il nucleo di case vi sono soltanto campi su cui crescono gli ulivi, i quali sono un fondamento della cultura palestinese e sono ben piu’ anziani della colonizzazione della Palestina da parte dello Stato di Israele: i piu’ giovani hanno 200 anni, i piu vecchi oltre 500. Sono alberi che sono cresciuti nei secoli e hanno visto diverse occupazioni susseguirsi fra loro e spartirsi la terra su cui da sempre affondano le loro radici, ma soprattutto sono alberi che hanno conosciuto generazioni e generazioni di palestinesi che se ne sono presi cura, ricevendo in cambio migliaia di olive.

La situazione attuale, purtroppo, non risparmia nemmeno le piante dalla violenza della forza occupante e dalla sua potenza distruttrice: cosi’ come qualsiasi edificio situato in quella che dopo gli accordi di Oslo è stata definita Area C della Cisgiordania (pari al 60% della Palestina, in cui vige il completo controllo civile e militare israeliano), anche gli uliveti si trovano in una situazione di estrema precarieta’ e rischiano di essere falciati da un bulldozer da un momento all’altro. Non sono nemmeno immuni dagli attacchi dei coloni israeliani, che spesso nella notte oppure di giorno coprendosi il volto, danno fuoco agli ulivi piu’ imponenti o rimuovono quelli piu’ fragili.

Giovedi’ 19 marzo 2015, Reda Khattib, contadino, si e’ recato a piedi nella sua proprieta’ e ha trovato il terreno sventrato; tutt’intorno molte tracce di bulldozer israeliani, i quali si sono letteralmente portati via oltre 300 ulivi e hanno distrutto i muri di sassi che servono a creare le pianure sulle pareti delle colline, dove poi possono crescere le piante.

Per costruire queste staccionate artigianali e’ richiesto un lavoro di precisione e di grande sudore e pazienza, poiche’ occorre ammassare una pietra sopra l’altra e livellare il tutto per decine e decine di metri. Ne risulta un’opera d’arte di ingegneria civile popolare, che ben si fonde con il colore del terreno e che sembra fatta apposta per ospitare e proteggere gli uliveti.

Per distruggere gli stessi muri costruiti con i sassi e il sudore, invece, un bulldozer israeliano impiega poco tempo, incalzato dalla potenza del motore e dal suo rumore aggressivo. Quel che rimane dopo sono soltanto pietre pesanti accanto ad altre piu piccole, travolte dal terreno sventrato e sperdute sulla superficie della collina, a testimonianza che la prepotenza dell’uomo e’ passata anche da li’.

Quando Reda Khattib, contadino, si e’ recato a piedi nella sua proprieta’, l’ha trovata sottosopra: al posto degli ulivi soltanto buchi nel terreno. La demolizione dei muri e il furto, insieme, costituiscono un danno economico di circa 20000 dollari, a cui si aggiunge l’offesa simbolica contro un’identita culturale che si erge attorno a queste piante. Per questo motivo, di fronte all’attacco alla proprieta’ di Reda Khattib, il resto del villaggio si ritiene coinvolto in prima persona, e soprattutto e’ consapevole che qualcosa si sta muovendo e che probabilmente quanto accaduto non e’ che una sorta di intimidazione: gli abitanti del villaggio temono infatti che gli ulivi srdaicati dai soldati verranno ripiantati in terreni palestinesi confiscati e ora appartenenti alle colonie israeliane in Cisgiordania; sospettano inoltre che la demolizione di piante e muri nel villaggio di Majdal Bani Fali sia da considerare come un primo passo verso l’espansione dell’insediamento israeliano piu’ vicino, oppure verso la costruzione di una strada riservata a coloni israeliani utile a collegare quest’ultimo ad altre zone dell’Area C.

La demolizione di proprieta’ agricole o abitative in Palestina non e’ un fatto che riguarda soltanto il villaggio di Majdal Bani Fadil: si tratta purtroppo di una pratica settimanale che negli anni e’ diventata parte integrante della realta’, come dimostra il fatto che centinaia di famiglie palestinesi vivono in case sotto ordine di demolizione e non sanno per quanto ancora potranno continuare ad abitarci.

Il centro di informazione per i diritti umani dell’associazione pacifista israeliana B’Tselem (http://www.btselem.org/), ha reso noto che dal 2006 al 2014 Israele ha demolito almeno 817 edifici a scopo abitativo nelle diverse regioni della Palestina, rendendo di fatto senzatetto almeno 3956 persone, di cui 1925 minorenni. Per maggiori informazioni di ordine statistico, si consulti la pagina seguente: http://www.btselem.org/planning_and_building/statistics

Demolitions by year (Until 15 Dec. 2014)

Year Housing units People left homeless Minors left homeless
2014 141 715 386
2013 175 528 270
2012 98 526 274
2011 150 814 385
2010 85 387 184
2009 28 218 62
2008 44 276 160
2007 47 267 126
2006 49 225 78
Total 817 3,956 1,925

A questi numeri vanno aggiunti quelli delle demolizioni nell’area di Gerusalemme Est: nel decennio 2004-2014, sono state effettuate 545 demolizioni di case, che hanno lasciato senza tetto 2115 persone, tra cui 1140 minorenni. Per maggiori informazioni: http://www.btselem.org/planning_and_building/east_jerusalem_statistics

Demolition of houses in East Jerusalem, 2004-2014, B’Tselem data, updated to 15 Dec. 2014

Year
Housing units Of those: Demolition carried out by owners* People left homeless Minors left homeless
2004
53
No data
194
110
2005
70
No data
140
78
2006
44
No data
98
18
2007
62
No data
219
149
2008
78
5
340
188
2009
45
2
254
145
2010
23
10
181
91
2011
23
15
114
56
2012
28
8
107
52
2013
72
12
301
176
2014
47
16**
167
77
Total
545
68
2,115
1,140

Queste demolizioni vengono giustificate dallo Stato occupante di Israele come una risposta all’edificazione illegale da parte dei palestinesi: in realta’, quel che rende “illegali” queste abitazioni e’ il fatto di trovarsi in terre palestinesi confiscate dalle autorita’ israeliane, in cui vige il divieto di costruzione.

Nelle statistiche appena menzionate, infine, non rientrano le demolizioni di proprieta’ intese come punizioni nei confronti di palestinesi o le demolizioni a scopo militare; non rientrano neppure le demolizioni di muri di sassi e di uliveti, ne’ gli innumerevoli attacchi da parte dei coloni israeliani.

La sistematica demolizione di proprieta’ abitative e la requisizione di zone rurali, per quanto possa essere ripetutamente rivendicata da parte dello Stato di Israele come un insieme di misure di sicurezza, lascia pochi dubbi all’interpretazione dei piani coloniali che vi stanno alle spalle. La stessa osservazione della realta’ geo-politica della Cisgiordania conferma che da decenni a questa parte e’ in atto un’avanzata etnico-militare da parte di Israele, la quale procede attraverso piu’ canali ma che puo’ essere identificata in due grandi binari paralleli: la conquista di nuove terre, spesso di interesse strategico per l’espansione delle colonie oppure per il controllo militare dell’area circostante, e l’offensiva contro i simboli dell’identita’ palestinese, la quale si concretizza non soltanto nel tentativo di cancellare la memoria storica di fronte al mondo e alle nuove generazioni, ma anche nella quotidianita’ degli attacchi contro gli uliveti e piu in generale contro ogni manifestazione della vita contadina tradizionale. In questo modo, la segregazione della popolazione palestinese all’ombra del muro va di pari passo con l’imposizione di misure restrittive volte a rendere la vita estremamente difficile, tanto sul piano materiale quanto su quello simbolico: chi non riesce o non puo’ sopportare queste condizioni miserabili, e’ costretto a fuggire, cedendo cosi’ alla progressiva pulizia etnica della Palestina da parte dello Stato occupante di Israele.

Sebbene gli oltre 5 milioni di profughi palestinesi (pari a piu dei due terzi della popolazione della Palestina storica, quella precedente alla creazione di Israele nel 1948) sembrino dimostrare che la pulizia etnica stia effettivamente dando gli esiti sperati, nella Cisgiordania di inizio Ventunesimo Secolo la maggior parte della popolazione locale afferma di non avere nessuna intenzione di lasciare che la storia si ripeta, e ribadisce che “non ci saranno piu’ profughi”.

Continuare a vivere nella propria terra e’ un dovere collettivo di fronte alla storia e nei riguardi delle generazioni a venire; imperativo e’ percio’ fare i conti con le circostanze per niente favorevoli e rimanere fedeli alle proprie origini storiche e culturali, nonostante gli attacchi e le demolizioni.

Reda Khattib, contadino, tornera’ a piedi nella sua proprieta’, riammassera’ una pietra sopra l’altra e ripiantera’ nuovi ulivi. Anche se avranno vita breve, anche se i soldati distruggeranno ancora e poi ancora. Del resto, in un paese in cui anche i sassi e gli uliveti soffrono la violenza dell’invasore, lavorare la propria terra e’ un atto di coraggio e resistenza.