IL CILE DELLA MEMORIA

“Mi chiamo Erika Hennings, sono cilena, ho 70 anni. Londres 38 fu un centro di detenzione e di tortura clandestino negli anni della dittatura di Pinochet, da cui furono fatte sparire centinaia di persone. Io stessa, nel luglio del 1974, fui imprigionata insieme a mio marito Alfonso Chanfreau; avevamo poco più di 20 anni e una bambina, Natalia. Eravamo entrambi dirigenti e militanti del MIR – Movimiento de Izquierda Revolucionaria. Passammo 18 giorni in quel posto orribile: gli agenti della DINA – Dirección de Inteligencia Nacional ci torturarono, ci fecero cose terribili. Ma non parlammo. Quando prelevarono mio marito un’ultima volta per interrogarlo, dopo 4 giorni che mancava mi fecero uscire: capii che la mia liberazione coincideva con la sua morte. Mi espulsero dal paese e mi esiliai in Francia, dove rimasi 9 anni. Poi tornai in Cile, tornai a far parte della lotta per recuperare la democrazia. Oggi sono direttrice della Corporación Londres 38 – Espacio de Memoria: qui, in pieno centro a Santiago, in questo stesso luogo che fu un centro di tortura, abbiamo creato uno spazio di memoria. Una memoria viva, attenta al presente, collettiva, di tutte e tutti: parliamo di diritti umani, di verità, di giustizia e garanzie per la non ripetizione dei crimini del passato”.

Alle elezioni presidenziali di domenica 19 dicembre 2021 ha vinto Gabriel Boric, giovane candidato 35enne del partito di centro-sinistra Frente Amplio, sostenuto dalla coalizione Apruebo Dignidad di cui fa parte anche ilpartito comunista. Lo ha fatto con il 55,87% dei voti in una giornata di secondo ballottaggio piuttosto frenetica, in cui il suo partito ha accusato il governo uscente di Sebastian Piñera di aver ostacolato l’accesso alle urne riducendo il flusso degli autobus nella città di Santiago. Ha vinto Boric, a tre giorni dalla mortedi Lucía Hiriart, moglie di Pinochet, a 99 annie nella totale impunità; ma soprattutto ha vinto la memoria del passato e il suo incidere nel presente, di fronte alla minaccia di un ritorno al terrore rappresentata dal candidato di estrema destra: il repubblicano José Antonio Kast.

Erika Hennings sa calibrare l’importanza storica di queste elezioni, e non ha dubbi al rispetto: “Kast era una minaccia reale ed estremamente pericolosa per la libertà dell’intero popolo cileno. Una minaccia di regressione per quanto riguarda i diritti delle donne e della diversità sessuale, la solidità del sistema sociale, della democrazia e dei diritti umani. Stiamo parlando di un candidato che ha sempre espresso pubblicamente la sua ammirazione per la dittatura di Pinochet e che è totalmente negazionista di fronte ai suoi crimini, come per esempio le esecuzioni sommarie, le torture e i “desaparecidos”. Boric, al contrario, pur non raccogliendo l’unanimità dei consensi nemmeno a sinistra, ha rappresentato l’urgenza di frenare l’avanzata dell’estrema destra e l’incubo di un ritorno al passato. Inoltre nella sua agenda relativa ai diritti umani, ci sono diversi punti interessanti, come la volontà di fare i conti con i crimini della dittatura ancora oggi impuni, l’istituzione di commissioni di verità e giustizia. Non solo: rispetto alla questione di genere, ha promesso diritti civili, sociali, economici e culturali uguali per tutte e tutti, oltre alla prevenzione della violenza contro le donne e la comunità LGBTIQ+. Boric parla di rafforzamento del sistema sociale, dalle pensioni alla sanità e all’educazione, tematiche che negli ultimi due anni in Cile hanno portato in piazza migliaia di persone. E infine dice di voler assicurare il diritto alla protesta sociale, di voler essere garante di uno Stato di Diritto: ciò significa che se dovesse essere necessario, potremmo organizzarci in opposizione politica senza rischiare le nostre vite. In definitiva, rispetto a Kast, Boric porta uno sguardo diametralmente opposto verso il passato, il presente e il futuro del Cile.”

In un paese che ha spinto quasi all’estremo la polarizzazione dei candidati, le elezioni dello scorso 19 dicembre sono state le ultime nel quadro della Costituzione dell’80 ereditata dal governo di Augusto Pinochet (1973-1989). Un processo costituente è tuttora in corso e nel 2022 dovrebbe sfociare nella nuova Carta Magna, come deciso dal popolo cileno con circa l’80% dei voti nel plebiscito dello scorso 25 ottobre 2020, a un anno dalla sollevazione popolare del 2019 che ebbe come epicentro Piazza Italia, ribattezzata “Piazza della Dignità”. Una mobilitazione, quella dell’ottobre 2019, che sfociò a pochi giorni dalle dichiarazioni del presidente Piñera in cui affermava che “nel mezzo di un’America Latina in ebollizione, il Cile rappresentava un’oasi di pace e di democrazia stabile”; una mobilitazione di 44 giorni che smascherò le contraddizioni di un sistema autoritario e neoliberale, sfidando la repressione della polizia e dell’esercito schierato nelle strade in seguito alla promulgazione della “Legge sulla Sicurezza dello Stato”. Una rivolta a tutti gli effetti, che aprì le porte al processo costituente:

“Fu una rivolta di grande rilevanza sul piano politico, perché combinò rivendicazioni trasversali di ogni tipo, dal rafforzamento del sistema pensionistico al miglioramento dell’accesso alla salute e all’educazione, dalle lotte dei popoli indigeni a quella in difesa dell’ambiente. Tutto ciò esplose nel momento in cui fu varato un aumento del prezzo del biglietto della metropolitana. La questione della nuova Costituzione veniva da prima, ma in quel momento assunse una posizione centrale e fu anche in un certo senso strumentalizzata: nel mezzo delle mobilitazioni, un gruppo di politici fra cui c’erano Boric e i partiti di destra al governo, firmarono un accordo per la pace sociale. Inizialmente questo accordo fu criticato da parte dei manifestanti nelle piazze, perché di fatto bloccava la possibilità di un cambiamento radicale, però diede il là alla convocazione di un processo costituente. Oggi, la vittoria di Boric si deve anche al fatto che molte persone lo hanno votato per paura che un’eventuale elezione di Kast avrebbe messo a repentaglio il futuro della nuova Costituzione.”

Il prossimo 11 marzo 2022 Boric si insedierà ufficialmente nel palazzo presidenziale de La Moneda. Nell’immediato, le principali curiosità riguardano la designazione del ministro dell’economia e i compromessi a cui inevitabilmente dovrà giungere con il settore privato, dopo che lui stesso, nel discorso post elezione, ha voluto rassicurare il paese dicendo che sarà il “presidente di tutti”. L’effettiva virata a sinistra e le garanzie per giustizia sociale e democrazia dipenderanno molto anche dai poteri giudiziario e legislativo, ma per il momento è certo che sulla scia dei recenti risultati elettorali in America Latina, anche in Cile si è saputo evitare il peggio e si comincia a respirare un’aria nuova.

Ha vinto la memoria, o, come direbbe Erika Hennings, hanno vinto la memoria, la speranza e i diritti umani: per le nuove generazioni di un Cile che ora guarda al futuro.

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