AZIZA BRAHIM: LA MEMORIA E LA SPERANZA

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Aziza Brahim. Foto: https://images.app.goo.gl/VWCp5HL4RSgrXNbL9

È uscito lo scorso 15 novembre il nuovo album dell’artista sahrawi impegnata nella causa per l’autodeterminazione del suo popolo attraverso sonorità che intrecciano moderno e tradizione, i sogni e la poesia.

Esilio. Ricordo. Diaspora. Rifugio. Oblio. Le canzoni di Aziza Brahim, cantautrice sahrawi che lo scorso 15 novembre ha pubblicato il suo quinto album, Sahari, sono soprattutto questo: degli inni alla libertà perduta, delle invocazioni alla memoria, delle note vibranti che richiamano l’ascoltatore all’essenziale. Le tonalità in minore fanno da cornice alla sua musica e a quella del suo popolo, i sahrawi, abitanti nomadi del Sahara Occidentale senza più una terra. Dopo Mi Canto(2008), Mabruk (2012), Soutak (2014), Abbar el Hamada (2016), l’artista e attivista giunge al quinto album, Sahari, appunto, che porta a compimento un percorso stilistico di unione fra suoni tradizionali e arrangiamenti elettronici, uno sposalizio della memoria con la speranza.

Non è un caso che sia proprio una sorta di fierezza a fare da fil rouge vocale e strumentale alla produzione di Aziza Brahim, interessata a restituire al mondo la dignità del suo popolo e a denunciare un conflitto dimenticato nel mezzo del deserto.

Il mio ultimo album, Sahari, è dedicato agli abitanti di tutti i deserti, che sono ambienti naturali fecondi di mistero ma anche di tragedie, basti pensare al Sahara Occidentale ma anche alla Libia o al Mali. I testi parlano di esilio, ricordo, diaspora, rifugio, oblio, e dialogano fra loro. Ma soprattutto è un disco che riflette i sogni, che per me sono qualcosa di universale e che per i sahrawi sono un modo di resistere nel deserto. Il mio augurio è che chi ascolta il disco possa sognare a sua volta, e aiutare la mia gente a realizzare i suoi.

L’ombra dell’acacia si trova oltre la linea della paura”: così ripeteva Aziza Brahim nella canzone Hijos de las Nubes del suo primo album, riferendosi forse a quel muro di separazione lungo 2700 km che il Marocco volle costruire negli anni ’80 durante i 15 anni di conflitto che fra il 1976 e il 1991 lo opposero al Fronte Polisario, il movimento di liberazione nazionale sahrawi. “Arde la memoria nell’immenso rogo”, ribadisce in Las Huellas del suo ultimo disco, per non dimenticare l’invasione del Sahara Occidentale da parte del Marocco nel 1975 e l’occupazione militare che dura fino ai giorni nostri, nell’attesa costante di quel referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi che già nel 1991 le Nazioni Unite avevano promesso di organizzare da lì a 6 mesi.

Per me è prioritario raccontare le ingiustizie che sono state perpetrate contro il mio popolo in questi 44 anni di occupazione ed esilio forzato nei campi profughi della Hamada algerina, portando però anche sempre la mia empatia per tutti gli altri popoli che soffrono. Credo che l’ingiustizia più grande sia la separazione delle famiglie: praticamente tutti noi sahrawi che viviamo nei campi profughi abbiamo famigliari dall’altro lato del muro, nei Territori Occupati, con cui da 44 anni non possiamo riunirci. È una vera crudeltà.

Un’arte impegnata, mai slegata dal contesto. Trasferitasi a Barcellona nel 2000 dove risiede tutt’ora con la sua famiglia, Aziza Brahim porta con sé l’obbligo morale di impegnarsi con il suo talento per la pace e la giustizia, essendo di fatto già una figura di riferimento nel panorama artistico e musicale sahrawi, sulla scia della leggendaria Mariem Hassan. Un riconoscimento questo che le è già valso anche più di un occhio di riguardo dal parte del Regno del Marocco: l’ultimo episodio risale allo scorso 10 marzo 2019, quando doveva esibirsi per la chiusura del Festival Arabofolies all’Istituto del Mondo Arabo di Parigi, ma il suo spettacolo venne annullato a poche ore dall’inizio su pressione dell’ambasciata del Marocco in Francia, che avrebbe minacciato di tagliare i fondi se questa voce di dissenso non fosse stata censurata.

Io credo che l’arte – qualsiasi tipo di arte – abbia un’implicazione sociale molto forte e comporti una trasformazione. La musica in particolare ci definisce come persone e ci aiuta a prendere coscienza. Il mio intento è quello di dare visibilità alla situazione del mio popolo, perché io stessa sono cresciuta nei campi profughi e una parte della mia famiglia è rimasta nei Territori Occupati, per cui non la conosco. È un’identità spezzata. Ma la musica è un veicolo per costruire ponti e per prendere coscienza: questa è la musica che mi piace, una musica combattiva, che riporti storie reali e permetta alla gente di sapere.

A coronare il suo ultimo lavoro, Sahari, una collaborazione illustre con Amparo Sánchez, leader degli Amparanoia, che ha curato l’aspetto più innovativo della musica di Aziza Brahim riuscendo a sovrapporre al tebal – tradizionale tamburo che dà la ritmica del deserto – gli effetti dei suoni sintetici. Una scelta temporale quanto geografica:

Come dico sempre, io vengo da un popolo nomade, e quindi anche la mia musica è nomade. Ha il suo principio nelle radici identitarie della musica tradizionale sahrawi e partendo da lì si nutre degli influssi dell’Africa Occidentale, del Mediterraneo, del Jazz latino e delle sonorità cubane. Credo che tutti i posti in cui ho vissuto abbiano influito in qualche modo sulla mia proposta musicale: la mia musica è il riflesso di me stessa, ed è ciò che io voglio condividere con il mondo. Io spero che questa musica arrivi alla gente, la tocchi nel profondo, e che la gente sappia leggerne il contesto. Perché per me la cosa più importante sono i testi, a cui la musica fa da eco.

Un popolo nomade senza più terra, rinchiuso e diviso da un muro: il cammino di Aziza Brahim ha origini remote e si prospetta invece ancora lungo; e chissà, forse il vento saprà riportarla a casa.

Sono nata e cresciuta nei campi profughi sahrawi nel sud dell’Algeria vicino a Tindouf, in un ambiente musicale quotidiano. È in particolare mia nonna ad avermi trasmesso l’amore per la musica e per la poesia: fin da piccola, mi portava in posti speciali e mi faceva recitare le sue poesie, oppure mi chiedeva di accompagnarle con i suoni. Così, poco a poco e con molti sacrifici, ho realizzato un sogno: ora faccio di tutto affinché tutto il mio popolo possa realizzare il suo.